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KARATEDO

 

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L’OBBIETTIVO DEL KARATEDO              

Del maestro Shigeru Egami

 

Per quanto concerne le finalità del Karatedo, credo non ve ne sia una in particolare ma se vogliamo proprio parlarne, mi sento di affermare che si tratta dell’apprendimento di un metodo che consenta un reale accordo tra le parti. È conoscenza della vera Armonia, dell’amore, come del resto è naturale che accada nella vita quotidiana.

Il fine è senz’altro la formazione dell’uomo, come anche il fatto di recare benefici alla società, cose che variano a seconda della dalla volontà di chi si impegna in prima persona per il loro perseguimento. È possibile fissare un obiettivo e vincolarvisi? E poi sarebbe giusto farlo? La conoscenza dipende dall’allenamento; c’è anche chi pensa che l’interpretazione e lo scopo cambino in base al soggetto, ma se questo vale per i principianti, in tutti gli altri casi si deve camminare, avanzare al massimo delle proprie forze, con la consapevolezza che la strada intrapresa conduce a quanto di meglio ci sia. Gli dei sono amore, l’amore è verità allo stato puro: lo specialista non aspirerà ad altro.

Se ci mettessimo a elencare in modo dettagliato i benefici e l’utilità del Karatedo, la lista sarebbe illimitata: salute, cura del corpo in tutte le sue parti, esercizi di etica e autodifesa, formazione del carattere e così via ma è sufficiente?

Credo che esista una via del Karate ove scopo e mezzi coincidono.

 

L’esperto come può guidare i più giovani in modo che non confondano la direzione? Qual è quella giusta? È necessario pensarci seriamente.

Non dico che tutti debbano per forza di cose dedicarsi al Karatedo ma vorrei che le persone in grado di avvicinarsi lo facessero correttamente. A tutti coloro che si sono in qualche modo smarriti, infine, mi piacerebbe far sapere che c’è una strada come questa. Anche andando a ricercare alla sorgente (Okinawa, Cina, India), emerge che sin dall’inizio il Karatedo non era una tecnica semplicemente mirata alla lotta bensì un mezzo per allenarsi, uno strumento, un metodo di scoperta e rivalutazione della spiritualità.

Con riferimento a quanto detto sopra, la maggior parte delle forme del Karate attuale rappresentano un deterioramento, una degradazione e io sono consapevole delle mie colpe. Quando ero giovane avevo impostato il mio modo di pensare nonché il mio atteggiamento pratico in maniera tale che tutto era destinato a diventare reale combattimento, in primo luogo il Kumite libero; per rinvigorire il corpo ero convinto che fosse necessario serrare progressivamente il pugno.

 

Così facendo mi allontanai dalla disciplina originale. Il Kumite libero è qualcosa di molto simile agli “incontri” odierni, una sorta di antenato; anch’esso ha avuto inizio nel periodo della mia giovinezza.

Nonostante siano trascorsi parecchi anni da allora, non riesco a capire perché si continui ad agire e a pensare in quello stesso modo, sbagliando. È fuori discussione il fatto che possa evolversi in tutto e per tutto come sport, come competizione. Anche se si continua a parlare di “incontri”, il significato è cambiato poiché si è andati verso un’alterazione dell’intento originario. A questo punto credo sia necessario tentare, almeno per una volta, di ritornare sui propri passi riesaminando l’opportunità di impegnarsi al fine di crescere come “via”, come vero Karatedo, sulla base del prezioso insegnamento di un saggio quale è stato il maestro Funakoshi.

L’arte marziale è intesa come heiho non potrà assolutamente essere “gara”. Qualora l’obiettivo fosse la vittoria nello scontro, non sarebbe arte marziale né tantomeno avrebbe a che fare con il metodo della pace; si tratterebbe di una tremenda deformazione che non necessita di nessun tipo di addestramento. Possiamo affermare che chi non assimila il principio fondamentale enunciato dal maestro Funakoshi: “Nel Karatedo non ci sono gare”, ignora altresì l’essenza della via stessa.

L’esempio di chi prende parte alle competizioni, supponendo che riesca addirittura a vincere i campionati nazionali: per quanto gratificante, si tratta comunque di una posizione temporanea “usurpabile” nell’incontro successivo. Se ci si accontenta di una reputazione provvisoria va bene così, perché stiamo nel mondo delle gare, tuttavia quando l’ambito è quello del Karatedo i valori cambiano automaticamente. La via è immensa e i confini non sono facilmente identificabili ma se si procede pensando ai limiti della forza, senza quasi accorgersene essi entrano nei limiti umani e si vorrà raggiungerli poiché anche questo fa parte dell’energia naturale.

 

In tal modo l’ambiente delle competizioni sportive impoverisce, è assurdo e vuoto; lo capisce chi si allena con zelo e pensa piuttosto seriamente, poiché dalla riflessione emerge il fatto che esistono cose più importanti.

 

Giovani o anziani, mediocri o eccellenti, uomini o donne, poco importa chi o come siamo: se lo vogliamo “la strada è vicina” e possiamo imboccarla in qualsiasi momento. È fondamentale che ci si dedichi alla disciplina con serietà totalmente, lasciando da parte desideri e lussuria, mettendo l’anima in ciascun movimento delle mani e dei piedi, lavorando senza pensare ad altro. Solo a quel punto la forma avrà raggiunto il massimo della bellezza, solo allora nascerà la tecnica.

 

 

Ognuno di noi è una piccola luce

Dieci, cento persone si uniscono

E diventano una grande luce

Questa è la verità di un modo sublime

 

 

 

Shigeru Egami ( 1912 – 1981)

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I valori dello Sport e Arti Marziali

 

Uno sport come tale, dovrebbe dare ad ogni persona la possibilità di conoscere meglio sé stesso e far emergere le proprie caratteristiche e qualità.

Quando sentiamo parlare di avviamento allo sport cosa intendiamo veramente?? Dal mio punto di vista (non è detto che sia giusto: è solo la mia idea tratta dall’esperienza fatta in più di 45 anni di attività) è bene pensare ai bambini e ragazzi e al loro “inizio” e a quante aspettative hanno dentro di loro. Pensare allo sport, escludendo il piacere di giocare e il divertimento, può essere un errore e/o un limite per la loro crescita.

Le competizioni, non dico che siano sbagliate, ma richiedono più responsabilità:“bisogna vincere” non è  l’unico obbiettivo da raggiungere: oltre la competizione, sono importanti anche gli aspetti  educativo e comportamentale.

Noi come istruttori/allenatori in realtà siamo anche educatori: proviamo a pensare e ricordare quando eravamo bambini, forse potremmo capire meglio i bambini di oggi. L’obbiettivo molte volte viene offuscato dalla voglia di vincere e perdiamo di vista quello di crescere insieme.

La passione di uno sport è importante se unito alla voglia di giocare, allenarsi per migliorare i propri limiti e per trovare nuove amicizie.

Quando parlo dell’aspetto educativo intendo quei momenti che precedono l’allenamento prima, durante e dopo l’attività. Un esempio che di recente mi è accaduto in una scuola di Parma, in una classe delle medie. Dovevo tenere lezione di Karatedo e, prima di iniziare la lezione, notavo negli spogliatoi molto disordine, uno scarso interesse delle proprie cose e mancanza di rispetto dello spazio altrui. In quel caso il mio compito non era solo quello di insegnare tecniche di Karate o fare divertire, ma il cogliere l’opportunità di quel momento e di far capire ai ragazzi con esempi chiari e pratici il modo civile e rispettoso di comportamento. Con questo vorrei dire che ci sono molte occasioni nello sport che ci permettono di aiutare i ragazzi nel loro percorso di crescita. Avviamento allo Sport, penso sia proprio quello di farli diventare consapevoli e crescere, non solo sotto l’aspetto sportivo ma anche umano.

Nella mia pratica, la scelta dell’insegnamento del Karatedo, è stata quella di non praticare attività agonistica, (come alcuni maestri del passato hanno detto). Ritengo che i valori e i principi al suo interno siano più importanti della vittoria stessa: la vera vittoria risiede all’interno dell’individuo.

 

Vorrei concludere con una frase del maestro Funakoshi fondatore del Karatedo:

 

“Nel Karatedo non esistono competizioni”

 

Salvatore Giambertone 

 

 

Kata: cuore della pratica del Egami Karate-Do

Bodhidharma è un monaco buddista, vissuto nel V secolo, che introdusse il Buddismo Zen in Cina ed è universalmente riconosciuto come fondatore delle arti marziali orientali. Egli ha indicato ai suoi seguaci, come via per raggiungere la purificazione e l’appagamento dell’anima anche l’attività fisica, essendo anima e corpo inseparabili. L’allenamento fisico consisteva nell’apprendimento di tecniche di combattimento: 18 tecniche di autodifesa di mani. Se la meditazione Zazen è cura dell’anima e della mente, allora l’allenamento del corpo è Dōzen (meditazione in movimento).
Si tratta di un metodo apparentemente difficile da spiegare, da parte di un religioso buddhista, dal quale ci saremmo aspettati un attenzione concentrata sulla cura dello spirito e sulla rinuncia ad ogni desiderio mondano, per il raggiungimento della pace e della felicità. E infatti Bodhidharma non avrebbe mai potuto insegnare ai suoi discepoli una mera arte della guerra: dobbiamo quindi dedurre che lo studio delle tecniche di combattimento abbia avuto per lui un significato più profondo, frutto di una riflessione, o un’intuizione sui limiti che gli esseri umani spesso non conoscono e quindi non riescono a superare.
Forse, attraverso questo metodo, Bodhidharma intendeva dare risposta a domande come: È possibile gestire la naturale aggressività dell’essere umano? Da dove nasce? Come possiamo governare e placare gli stati della mente come la rabbia, il rancore, l’odio, la paura? Come possiamo sublimare questi sentimenti ostili trasformandoli in compassione e amore? La rabbia, l’odio e la paura rivolte verso gli altri ritornano immediatamente contro chi li prova: ciò appare evidente attraverso l’allenamento delle tecniche di combattimento.
Forse è proprio per rispondere a tali quesiti che egli decise di insegnare ai suoi allievi tecniche di combattimento che potessero mettere a nudo la vera natura dell’essere umano e superare i conflitti interiori per ottenere la vera armonia e sperimentare quindi la pace della mente; allo stesso tempo questo metodo instillava il timore e la ripugnanza di fronte all’idea di poter procurare sofferenza o addirittura la morte al prossimo.
Bodhidharma ha quindi scelto le tecniche di combattimento come strumento per la comprensione dell’aggressività umana, perché lo studio di queste accende inevitabilmente i riflettori sul mondo conflittuale interiore in cui l’uomo è costantemente immerso e sull’aggressività che ne deriva. Ha quindi introdotto un metodo di difesa fondato non sulla volontà di sottomettere e dominare gli altri, ma sulla capacità di difendersi prendendosi cura di loro.
Alla luce di tutto questo, ecco che il Karatedo del M° Funakoshi e del M° Egami non appare più come un metodo di combattimento, ma come una via per concentrare, unificare e placare i sensi e diventare tutt’uno con il proprio spirito e con l’avversario liberandosi del proprio ego; una via che conduce verso l’Heiho (il metodo della pace interiore).
È indubbio che i Kata risultino come un insieme di tecniche di combattimento: ma quando eseguiamo un Kata nel suo insieme, esso dovrà apparire luminoso e magnifico (come dice il M° Egami) e dovrà possedere un’aura di naturalezza e di bellezza: esso infatti è l’espressione di un mondo di armonia con un senso sublime del ritmo che trascende il mondo conflittuale. Dalle origini del karate ad opera di Bodhidharma, in poi, diversi Maestri in ogni epoca hanno ideato Kata, e questi sono la magnifica testimonianza ed espressione della loro arte, così come lo sono gli spartiti dei più grandi musicisti, o i dipinti e le sculture dei grandi artisti.
L’esecuzione di un Kata dovrebbe essere, come si è visto, “luminosa e magnifica”, e non dovrebbe esprimere aggressività, bensì energia vitale. Ogni movimento e ogni tecnica dovrebbero sprigionare ed esprimere la massima efficacia attraverso l’armonia. Questo percorso conduce il praticante verso un’inevitabile riflessione profonda sulle proprie condizioni interiori e sulla qualità delle relazioni umane che ha con gli altri, aiutandolo a cercare dentro di sé le risposte migliori attraverso la calma della mente.
"Il ritmo del movimento del corpo è musica. Le linee tracciate nello spazio sono un dipinto. È arte, e la sua tela è l'universo" (Shigeru Egami).
In origine il Kata era l’elemento fondamentale della pratica, mentre il kumite aveva un’importanza secondaria: lo stesso maestro Funakoshi ha spesso posto l’accento su questo aspetto. Ci sono addirittura notizie di praticanti di Okinawa che furono allontanati dal dojo poiché durante gli allenamenti prediligevano il kumite.
Non è un’esagerazione affermare che l’allenamento nel karate consista unicamente nello studio e nella pratica dei Kata. Nei Kata non ci si esercita per combattere un avversario umano, ma per comprendere una forza superiore, universale e confrontarsi con essa: e se c’è un conflitto, questo è da ricercare in se stessi. È con noi stessi che dobbiamo confrontarci e cercare costantemente di accordarci. Gli sforzi compiuti dal maestro Funakoshi per trasformare il karate in “do” esprimono chiaramente la sua grande visione. Karatedō significa infatti, “Via del Karate” dove per “dō” si intende un cammino di elevazione spirituale secondo i principi dello Zen.
I Kata codificati nella scuola Egami Karate-do sono sedici: il taikyoku no Kata, i cinque livelli Heian, i tre livelli Tekki, Bassai, Kankū, Jion, Jitte, Hangetsu, Enpi, Gankaku.
Durante lo “yoi” e lo “yame” la postura corrisponde ad una fase di immobilità fisica durante la quale tuttavia lo spirito dovrà essere in movimento. Durante l’esecuzione è necessario conservare una mente serena (inamovibile), anche durante i movimenti fisici più energici, cercando attraverso la quiete mentale di movimentare una grande quantità di energia circolante.
Nel caso in cui si esegua il Kata individualmente, ci si deve muovere e pensare come un tutt’uno in unione con lo spazio intorno a sé e con l’universo; nel caso in cui lo si esegua invece insieme ad altre persone, bisogna connettersi attraverso i propri corpi e fondersi l’uno nell’altro. L’essenziale è percepire un mondo di armonia. Il Kata non è semplicemente un metodo per allenarsi fisicamente: è concentrare lo spirito e perseguire lo stato di calma mentale e sperimentare attraverso il proprio corpo il rapporto tra gli esseri umani e tra l’essere umano e il cosmo.
Applicandosi allo studio di diversi Kata, si capirà che siamo più portati per alcuni che per altri: ma non dobbiamo accontentarci di questa constatazione. Dobbiamo renderci conto che siamo noi stessi ad auto-convincerci di non essere portati per un certo tipo di Kata; con la giusta dose di esercizio e di studio, invece, riusciremo a padroneggiarli tutti egualmente. Lo stesso vale anche per il kumite con i partner più ostici, oppure nella vita quotidiana nei rapporti interpersonali con gli individui con cui non riusciamo a metterci in relazione. Sforzandoci di capire perché non ci piacciono alcuni Kata o alcune persone, e cosa ci spinge a considerarli in questo modo, capiremo quali siano invece i loro lati positivi. Dobbiamo quindi dedicarci all’allenamento per liberarci dai nostri pregiudizi e dai nostri conflitti interiori, che generano l’idea che vi siano Kata e persone per cui siamo più o meno adatti.
Prima e dopo l’esecuzione del Kata, il saluto (rei) dev’essere immancabile. Si stendono le mani naturalmente lungo i fianchi, come a volerli sfiorare e si piega leggermente il busto in avanti. È essenziale calmare la mente e sgombrarla da qualsiasi pensiero; ricordarsi di rilassare le spalle e di assumere la posizione concentrando le energie verso il basso, nell’addome; non tendere eccessivamente le gambe. Il baricentro deve trovarsi al centro della pianta del piede. Anche la posizione dello yōi è parte del Kata, per cui bisogna pensare che con lo yoi l’esecuzione del Kata sia già incominciata.
Dallo yoi: uno stato di “immobilità in movimento” (in cui il corpo è fermo e la mente quieta, immersi in un flusso di energia circolante), si passa all’esecuzione: uno stato di “movimento nell’immobilità” (uno stato di grande mobilità fisica in una mente quieta ed immobile), per poi ritornare al “yame”: uno stato di “immobilità in movimento” (in cui il corpo è nuovamente fermo e la mente sempre quieta). Questa è l’esecuzione di un Kata: una mente silenziosa insieme al corpo, immersi in un flusso di grande energia vitale.
Come abbiamo detto, il Kata inizia e termina con il Rei. Ogni mancanza nell’osservazione dell’etichetta è da disapprovare fermamente. Si dice che una volta compreso come eseguire correttamente il Rei, l’esecuzione del Kata può già praticamente dirsi avviata alla perfezione.
(Enzo Cellini 23 gennaio 2020)

Il Karate do: del maestro S.Egami

Uno dei maggiori contributi del maestro S. Egami, è di aver posto i problemi fondamentali sollevati dalla pratica del Karatedo e di aver tentato di rispondervi attraverso una sperimentazione sistematica. Il M° Funakoshi ( fondatore del Karatedo) ci ha insegnato che nel Karatedo non si attacca per primi, e non bisogna opporsi alla natura né col corpo, né con lo spirito.

Oggi, la via del Karatedo, ha perso la sua qualità e si è degradata al punto di essere qualificata come allenamento violento e come sport. Il maestro S.Egami, primo allievo del M° Funakoshi, ha voluto riportare il vero spirito del Karate do verso la via( do). Il maestro S.Egami parlava spesso di Heiho, il metodo della pace, che insegna a vivere, al di là della vita e della morte. Come deve essere il Karatedo,trasformato in metodo della pace, Heiho? Come devo agire per trasformare qualitativamente la tecnica del combattimento in metodo della pace? Quali possono essere gli strumenti in quest’Arte Marziale per rispondere a queste domande? L’inizio può essere che, nella pratica, di porsi in un atteggiamento di disponibilità nei confronti dell’insegnante, per poi passare alla pratica con i compagni. Si consiglia che l’atteggiamento nei confronti dei compagni non sia di scontro ma di incontro, così cercando attraverso l’avversario ( cioè il compagno), una possibilità di riconoscere le nostre paure e trasformarle. Ecco che allora avremo una visione completamente diversa nei confronti degli altri, e di noi stessi. Dunque il guerriero è colui che grazie all’avversario riesce a riconoscere e trasformare le proprie paure e a raggiungere Pace e Armonia dentro e fuori sé stesso.

 

Il Karate per bambini

Messaggio rivolto a tutti i genitori
(Jorge Borges)

 

Per noi educatori è un dovere comunicare ai genitori dei nostri allievi le motivazioni che hanno spinto noi e che probabilmente avranno avvicinato i vostri figli, o voi,  a questa pratica.

Le arti marziali sono un amalgama di attività fisica, attività cognitive ed emotive che rendono la fatica un elemento secondario. Il desiderio di diventare più forti, di potersi difendere ed affermare, di inseguire un immagine dei film, dei cartoni animati, ecc. Spesso non abbiamo una motivazione precisa ma siamo affascinati dal karate-gi (il kimono), dalle movenze degli esperti, dal ritmo degli allenamenti. Non conoscendo ancora molto ci affidiamo a chi insegna nella speranza che ci possa avvicinare al nostro “sogno”. Ebbene è proprio questo che l’evoluzione del karate-do che insegniamo nei nostri gruppi vuole tenere sempre presente: IL SOGNO che come ci insegnano tutti i bambini del mondo non è negoziabile.

E’ bene che il sogno non venga sostituito dall’illusione, dalla menzogna o dalla presunzione, ma è importante che per quanto vaga, la meta sia il nostro sogno interiore. La via per raggiungerla potrà concretamente essere l’Egami  karate-do. Non c’è un età per inseguire un sogno, ma sicuramente i bambini ed i ragazzi non possono rinunciare a questa speranza perché è dalle loro speranze che si potrà migliorare la società  qualsiasi sia la religione, la cultura, la tradizione.

Gli elementi sono sempre gli stessi:

  • Esercizi di riscaldamento e coordinazione che possano rendere elastici e più forti i  corpi dei praticanti;

  • Esercizi di concentrazione e rilassamento che possano aumentare la volontà, la rapidità di analisi  e la capacità di scelta;

  • Esercizi che permettano di esprimere e veicolare positivamente le proprie emozioni.

Il karate-do che proponiamo è un arte marziale e non uno sport pur avendone tanti elementi comuni.  La competizione non esiste e di conseguenza non esistono vincitori o perdenti. La vittoria che perseguiamo è quella della nostra vita, la capacità di risolvere i nostri problemi e con la forza acquisita aiutare gli altri.

 

 
 

 

Link utili : www.egamikaratedoitalia.it

               

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